Ci sono persone che sembrano destinate a restare per sempre. Perché finiscono per abitare un pezzo della nostra vita. Oggi se n’è andato Francesco Guccini. Scrivere “è morto” mi riesce difficile. È una di quelle frasi che la mano rifiuta, come se bastasse non pronunciarla perché le cose restassero al loro posto.

Ho avuto la fortuna di incontrarlo a Pavana, a casa sua. Non ero lì solo davanti a un monumento della canzone italiana, ma davanti a un uomo. Con quella sua ironia, con quello sguardo capace di dire più delle parole. L’ho incrociato ancora alla Fiera delle Parole di Padova, circondato da libri, che poi era il suo habitat naturale almeno quanto il palco. Perché Guccini non ha mai scritto soltanto canzoni: ha insegnato a molti di noi che la musica può essere letteratura, memoria, dubbio, geografia dell’anima.

Per chi, come me, prova a scrivere canzoni, Guccini non è stato soltanto un artista da ascoltare. È stato una direzione. Ha dimostrato che si può raccontare un paese, una strada, un’osteria, un amore o una sconfitta senza rincorrere la moda, ma cercando la verità.

Oggi ho un nodo in gola. Non perché se ne sia andato un cantante. Per quello restano i dischi. Ho il nodo in gola perché se n’è andato uno degli ultimi grandi narratori del nostro tempo. Uno di quelli che ci hanno insegnato che una canzone può contenere un romanzo e che le parole, quando sono sincere, invecchiano molto più lentamente di chi le ha scritte.

Grazie, Francesco. Per le strade percorse insieme senza saperlo. Per i dubbi. Per le storie. E per averci ricordato, con ostinata eleganza, che la cultura non serve a sentirsi migliori degli altri, ma semplicemente più umani.

Beppe